dionisodromopoesia

Ho tempeste di cotone e nuvole d'acciaio, terra color pavone fra i versi. [furio detti]

  • Pound my october

    Accatastare legna, tagliata piccola
    a misura di imbocco stufa,
    mentre Tullia è morta (apprenderlo
    dai social e tal combriccola
    è norma), porta nel cortile un
    ingombro già visto, di quando
    in quando
    ogni tanto simile
    al riflesso di un pallone sonda.
    O alla luce che scivola melata
    sui parabrezza stanchi di tornare,
    alle minute pietre sacre preziose
    che l’acqua di condensa forma
    sui metalli urbani, riflettendo
    i semafori, le insegne,
    non insegnandoti nulla
    tranne che il tempo corre.
    Non vedi e poi ti manca quasi
    l’aria… pure ho appreso che uno
    del mio paese si è
    appeso.
    E la notte ha già speso,
    solo scendendo vaporata
    queste gemme di luce.
    Tutto mentre Scola, il gatto
    evita i motociclisti
    per un (suo) pelo,
    e caracolla viva guizza
    sulla proda.

    Così anche a te
    divino Ezra Weston Loomis
    erigo rozze
    pile di legna, memori
    nella loro corteccia
    non cerebrale, ma
    vegetale
    delle navi dei Greci, concave
    sul mare, una pira non funebre
    ma pronta a incendiare
    il focolare.

    Pound my october.

    Così Ezra ti onoro, ricordando
    chi muore ed è poco,
    faccio vivere il fuoco
    nella mia Torre.

  • Vilia Ignavia

    Né sotto coda o ‘l cul di Satanasso

    confitto nel Cocito, e per ghiacciolo

    la merda a fior di buco: gli sta lasso

    loco peggiore a imaginar da solo,

    per questa razza vile, infame e sozza.

    Ne falla ingegno a Dante in suo volo,

    figurarsi per me, trovar la pozza,

    o il giron, o qual cerchia sosterrebbe

    codesti farabutti. Alla gargozza

    di Stupro e di Peccata monterebbe.

    Se la Bestemmia avesse corpo vivo

    di vergogna quel corpo ‘ncendierebbe

    la carne lor, la possa e il fattivo

    voler de’ giornalisti e chi ne scrive

    ogne riga di tondo e di corsivo.

    Ripudia fan di lor le cose vive

    la fogna d’ogni fogna li disdegna

    né l’Inferno, piacendo, li coscrive.

    Antefatto

    Stamani, in una scuola toscana, uno con contatto stretto positivo al Covid. Tempo fa un altro. Ambedue in quarantena. Tutto in famiglia. Nessuno ha scritto una riga sulla scuola. Nessun giornale. Nessun giornalista.

    Ma stamani i giornali parlano di classi in quarantena quando e SE si tratta di un docente che si fa i tamponi. Giornalisti.

  • Fariseo (dedicata a C.P.)

    Erano inspiegati, inspiegabili,

    presentissimi e venerati

    eppure

    Cristo ebbe per loro parole

    semplicissime

    però quasi

    più impietrite

    di quelle per gli scandalizzatori dei bambini.

    I Farisei! Le cui mani

    gettavano ombra sulle casse

    di cedro odoroso, nel Tempio

    gocciando

    un santo sudore di pratiche

    e digiuni.

    Nelle parabole

    i Farisei, gli Scribi:

    conoscevano Dio

    e quanti apparvero

    alla mia coscienza di bimbo,

    sulla polvere più chiara

    di Galilea, presso le consumate

    squadrature delle piscine

    intorno, quasi

    strisciando dall’alto

    intorno ai sandali fangosi

    dei pezzenti

    o ai calcagni nudi delle donne

    oppresse dalle giare

    che però sostavano,

    -e come sostavano-

    rischiando botte

    per l’acqua attinta tardi al pozzo.

    Su altre donne costoro

    i Farisei, gli Scribi, i Sadducei!

    lanciavano pietre tonde

    e sode, lisce e candide,

    a forma di mammella.

    Conoscevano Dio

    e tutti i Suoi pensieri!

    E lapidavano ragazze.

    Vietando alle puttane l’accesso

    al Santuario.

    Io non capivo: ma le parole

    durissime del Cristo

    intuivo: “dar scandalo”

    “razza di Vipere”

    “Scribi e Sadducei”

    “mercanti che avete fatto della mia Casa

    una spelonca di ladri!”…

    passavano di fianco

    al viandante ferito,

    solo il Samaritano

    si arrestava…

    Le dita sottili cursive

    sulla Torah, unghie più gialle

    della pergamena

    strappata al muscolo mosso

    da ultimi fremiti

    del vitello, condotto all’altare

    con Dio e tutti i suoi pensieri.

    Non la pelle dei porci

    romani in fuga dentro al mare

    Demoni! No, vello

    “senza difetto”

    consumato a cottimo

    dall’artigiano pagato

    con miseria

    di altre miserie:

    per scriverci la Legge,

    che si arrotolava

    ostinata, inesorabile, costante

    alle lunghe falangi

    al modo di un serpente stordito

    dall’incenso.

    Che cosa erano di così orribile

    schifoso

    i Farisei,

    (Demoni? No, uomini!)

    per essere tanto a conoscere Dio

    e venir così maledetti da suo Figlio?

    (poi morto come un cane

    sfasciato

    per tutti i cani sfasciati

    della terra)

    Mi era remotissimo

    anche il loro disprezzo…

    Ora

    Eccoti qua!

    Fariseo.

  • Ultima Causa

    Oggi hanno tradito
    Anche voi che stupidamente
    Ridevate, oggi il cappio
    Lurido, il ceppo e collare
    Da schiavi, é sulle carni
    Di ognuno.
    Io non dimentico
    Sono un poeta e so.
    Ricorderò questo giorno
    Cosí le albe laide
    In cui vi preavvertii.
    E tale infamia alle Erinni
    Denuncerò.
    Ogni patto
    Ogni fede, ogni dovere
    É infranto. Oggi vado
    All’altare delle Furie
    Per depositare la mia
    Ultima causa.

  • Lasciapassare

    “L’orientamento è sì, verrà esteso. […] ci sarà perché dobbiamo decidere tante cose, tra cui l’estensione del Green pass: a chi, non se. E quanto svelti.”

    Ciò che ricopre il ruolo di capo del Governo italiano nel giorno presente.

    LASCIAPASSARE

    Tu sai bene: i morti
    li lascia andar nessuno!
    Restano alla memoria,
    all’abitudine, uguali alle canotte
    dei manovali, alle cravatte
    d’impiegati e bancari,
    alle magliette curate dalle madri
    stese dagli studenti
    dietro i cortili dell’Università.

    E il potere, quei morti
    li calza e li dismette
    (stretto, ma greve e lesto il pugno – che Ossimoro!)
    li fa suoi, marionette
    agitate a spettacolo
    ch’essi son lievi, brevi
    come le ultime nevi
    e indifesi – pesan di più
    sui fiori le bave di ragno,
    né li si lascia passare.

    Io, Pier Paolo, preferisco
    non fare, non così
    a fronte spirito dirti
    invece quanto so e per vero
    credo: non t’userò, spero
    ma ti chiedo restare
    a oracolo.

    Alle parole, ai versi
    agli atti fosti già teste.
    Le funeste sedi
    di Roma han scatenato
    l’oscenità nuova.
    Se nemico sei ancora
    di menzogna, prova!

    «Lascia passare!» ora è l’ordine,
    Pier Paolo, «obbedisci, e taci!»
    «Agita il permesso!»

    – Tu, che nel suburbano
    andavi, umana bestia
    sacra, oltre l’Appia, la Cestia;
    libero e oppresso nei pugnaci
    mattini. Oggi sol questo
    ti sarebbe concesso.

    Lasciapassare, bolgia che tuona
    di grida, ultimatum, pubblica
    vergogna da esibire, minaccia
    al lavoro, che ricatta
    il lavoro dell’uomo
    nella Repubblica
    «…fondata sul lavoro».
    L’oro all’alloro viene
    co’ tiranni.
    Lasciapassare,
    ecco, Pier Paolo,
    son loro!
    e loro è questo seme.

    Casarsa della Delizia,
    2-3 settembre 2021

  • Ferragosto in Montovolo

    Come mi son cari i fuochi nella notte
    e le ombre insieme e l’ombra che scende
    e fa ogni cosa azzurra.
    Ogni rumore del bosco mi è più amico
    dal cammino liquido, sul ventre,
    della serpe
    al canto dei diamanti d’acqua nelle pozze
    dal gorgoglio delle polle
    al vibrare inesausto di cicale
    d’ambra e chitina, seppellite
    in una luce polverosa che trascina
    il bollore dei campi, il crepitare
    della paglia secca che si spezza,
    biada per i denti azzurri
    delle nubi al pascolo:
    farina di corteccia che si screpola
    nel caldo, frutta che marcisce
    trasudante d’insetti, ogni sospiro
    ogni gemito vivente delle cose.
    Ogni piccola creatura che sia distante
    e priva, remota e allontanata
    dagli uomini.

    Come mi son cari i fuochi nella notte
    e l’ombre, l’ombra discesa
    e ogni cosa azzurra.
    Ogni rumore qui mi è più amico
    degli uomini.

  • La lampada a Gas

    Scopro alla
    perdita di mia madre
    che un beaker e lo shaker
    s’accoppiano a meraviglia,
    manco li avessero
    stampati dagli schemi
    di un progettista
    e dalla scienza.

    Ora ho una lampada
    a gas
    bella,
    meravigliosa e nuova
    come un giocattolo.

    La userò per farmi luce
    dove volevate il buio
    perché ho una bella
    lampada a gas.

    Ora che

    – dopo mezzo secolo –
    non sono
    più un bambino.

  • Acqua alta

    Se la fotografia significa qualcosa, e “quando” significa qualcosa vuol dire che ti suggerisce delle risposte alle serie questioni del presente, vorrei che prendessimo spunto da questa immagine.

    Non conoscevo questo scatto e sono contento di averlo scoperto fra le tante immagini che mi sono scaricato del Poeta in questione. Sono ancora più contento di averlo scoperto stamani.

    Quanti anni aveva il soggetto in foto? Sugli 80? I tardi 70?

    Dico che affrontando ogni problema relativo ai green pass, agli sbirretti che ci strillano addosso, ai legaioli farisei da bilancino, agli animi piccoli che accusano e sfogano la loro rabbia servile su di noi, uomini e cervelli liberi, dovremmo pensare a questo signore allora. Nella foto.

    Nella foto:

    80 anni.

    acqua alta.

    Lui va.

    Ricordo che decine di quindiceni di adesso non saprebbero che fare, nello stesso luogo e nella stessa situazione. Solo parlando di semplice allagamento temporaneo delle calli…

    E scrivo una poesia:

    Di verde tirannia
    oggi, amico non facciamoci
    tingere:
    è color bottino,
    solo un po’
    d’acqua alta.

  • Nous n’avons plus le temps…

    Così per caso, cercando una bella
    grande, inequivocabile e perentoria
    foto di sfondo,
    per una stupida, ultima riunione,
    scopro d’aver perduto
    – scopro che m’han fatto perdere -,
    passandola sotto silenzio sicuramente
    con l’ennesima stronzata: 
    (ma mi premuro, ve lo vengo a dire…)
    col cordoglio e l’ultimo saluto,
    Madame Lucette Almansor.
    Colei che amò e perì a 107 anni d’età,

    – ecco, Conte, coltellate, aut aut ai renziani,
    Di Maio, Casaleggio e Terremoto in Abruzzo
    “pochi danni, tanta paura”, Salvini rischia le sberle
    a Napoli…
    cagate e cagati… No, solo Maria Perego, mi tocca, la morte
    della mamma di Topo Gigio,
    a cui spiegavo Simone Martini e gli angeli e le aureole
    e le Storie di San Francesco,
    temendo il cupo rombo di panche trascinate
    nella Basilica di Assisi,
    la minore, ove dorme la Tomba del Poverello.


    “Nous n’avons plus le temps”
    poteva benissimo esser calato,
    dalla sua bocca un simile cantare,
    come miele crocefisso di sole,
    e le risate delle fanciulle bionde, grano
    nelle trecce, le nude braccia le abbaglianti
    camicie e vesti,
    i seni dritti come mammelle di cacio
    riscaldate dall’afa
    d’estate sulla piana, col nero gran Subasio
    a vegliare i vapori.
    “Nous n’avons plus le temps”
    e oggi, nelle mie mura apprendo,
    di non poter rendere degno omaggio
    e che Madame Lucette Almansor
    sposa di Céline,
    è morta,
    serenamente nel suo letto,
    dormendo
    nel giorno del Signore 
    ante diem sextum Idus Novembres

    Nous n’avons,
    nous n’avons plus…

  • Casualità

    Alcuni versi scritti in questo periodo per conoscenti, “acquaintances” e amici…

    A Marco Giannatiempo,

    O che ci fai costì nella palude pisana?

    Gentile Marco, Tu non m’hai risposto / dal loco ove riposano le navi / che Pisa addormentò nel bruno mosto// del fango suo: ma Tu, fra quelli bravi, / a che cagione T’hanno vincolato / a tanto remo in guisa degli schiavi?

    A Simone di Omotenashi Anime

    Per Yuel

    Per un istante / i fiori dan la tinta / al tuo sorriso. (un Haiku)

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