dionisodromopoesia

Ho tempeste di cotone e nuvole d'acciaio, terra color pavone fra i versi. [furio detti]

  • Abiura

    Imago triplix mulieribus…

    Lontano dalla fogna
    dai carránecroelogi arcobalenosi
    dai social che strumentalizzano ogni particola
    di peldicazzo
    per la rancida bocca di “amici*

    #sietesoloconoscenti

    il poeta amico non é
    mai di alcuno,
    ma un intimo parassita
    inoffensivo al corpo
    e aduso a starvi dentro
    piú quanto pensiate,
    in virtú dell’arte di esistere
    inincorporabile, inaccettato
    per genetica.
    Distante
    Dentro di voi
    In voi
    Ogni maledetto
    Istante.

  • 60 ans sans Céline

    A te, a Bebert.
    sessant’anni lontani
    da queste miserabili rive
    immaginarie, meno del tuo
    aldilá vere,
    come ditate di merda di cane
    su un universo decrepito.
    Conserva un sorso di pietà
    per noi nella bottiglia.
    A te LFC
    buone vele.

    #lfc #louisferdinandceline #bebert

  • Mattino [A un atleta del gioco del pallone nello Stadio di Lucca]

    Forse vi piacerà sperimentare quasi “de visu” come lavora un poeta…

    Vi sto scrivendo stamani dal mio studio in Lucca, le cui finestre danno proprio sullo Stadio cittadino.

    Complice il periodo e l’ottimismo che mi prende non dovendo più sorvegliare l’incolumità dei ragazzi a scuola, e l’avvio della stagione che più amo; complici la bella mattina di inizio estate che si gode da questa bella casa nuova per me…

    affacciandomi alla finestra, stamani, neanche mezz’ora fa, mi ha colpito la solitaria presenza di un ragazzo che si stava allenando nello stadio, tirando in porta. L’immagine mi ha rapito e per qualche minuto sono rimasto a godermi questi attimi di felicità. Ne ho fatto qualche foto e una poesia.

    Perché la poesia è occasione.

    Dalla mia finestra, il mattino del 16 giugno, circa 07:30

    Oggi, atleta, sei tu
    il giorno nuovo, tutte le cose
    possibili che mi augurano
    i tetti, i mattoni e le strade,
    oggi sei tu a tendermi la mano
    dalla sponda del vivere,
    calcio dopo calcio
    tu lo fai grato
    questo sforzo di esistere
    e verde come il prato
    su cui canti
    un pellegrinaggio ai pali
    e alle traverse.
    È il tuo saluto alla città,
    anche il mio, che di troppe
    incombenze diverse
    è dolore.

    Grazie, atleta, calciatore
    che di queste occasioni
    sei, stamani,
    la migliore.

  • Giorni

    Provo pena per te, WS

    Giorni
    Uno che crede crede al verbo:
    “I tuoi giorni sono contati.”
    Non credi? Lo sperimenti pure,
    e, non credendo, passi.
    A te WS compiango la beffa
    per un triste destino, per una triste
    inutile scelta.
    Grande è la pena che ho 
    per te. Per paura 
    hai scelto di fare da cavia
    per la paura hai creduto 
    di aggiungere
    ai giorni contati
    altri giorni contati.
    E al mondo, 
    oltre alla cerchia di amici,
    fosti noto per essere come
    quei topolini bianchi nelle gabbie.
    Oltre alla combinazione di un nome
    illustre. Di quella non hai certo colpa.
    Ora cosa hai raccolto, Bill?
    Cosa hai guadagnato?
    Cosa hai aggiunto Bill?
    Ne è valsa la pena?
    Dicono che il vaccino non c’entra,
    né il Covid, e allora cosa?
    E allora cosa?
    Cosa, cazzo? Cosa?
    Mi verrebbe da ridere non ci fossi
    tu, morto e nudo, 
    come tutti i morti
    in mezzo.
    Messo in mezzo come i morti 
    sui camion
    messo in mezzo a fare da pubblicità
    al profitto delle siringhe
    e delle “cure”
    che non curano la malattia più seria
    e più pericolosa:
    la viltà.
    Messo in mezzo anche da te stesso:
    hai scelto di avere paura, Bill
    e sei stato portato via ugualmente, e neanche troppo 
    oltre, dove saresti giunto
    se avessi scelto di avere il coraggio
    di non sommare con un triste trucco
    da saltimbanco, una pessima prova
    di teatro, giorni contati
    ai tuoi giorni.
    Non ne è valsa la pena, Bill.
    No. 
    E io provo solo pena per te
    provo solo una triste pietà.

  • Bimbo di Gaza

    Da uno scambio di idee e parole con Fabia Genzovich

    Se io sono morto innocente, all’ombra
    di un ordigno,
    in guerra
    o punto medio del percorso piú breve di un proiettile.
    Lasciami sotterra.
    Non nominarmi
    ma dimenticarmi piuttosto.
    Se dar pace vuoi alla mia pace.

    Perché il mio nome estinto
    su vive labbra
    finirà sempre e ancora
    per suonare come una vendetta,
    che nuovi nomi morti
    chiama.

  • Un Santo mormora

    Dedicata a Sua Santità papa Tawadros II / Theodoros II
    Patriarca di Alessandria
    Patriarca di tutta l’Africa
    Nella Sede di San Marco Evangelista
    in Alessandria d’Egitto.

    Un Santo mormora.
    Per caso,
    io, povero stupido, lo ascolto:
    «I morti restan morti,
    devi saperlo!»
    Buffo che contraddica
    – ma io sono stupido -,
    quanto piange (fra le crepe
    di marmo zuccherino
    del sepolcro, come un germoglio
    fresco, verde
    timidamente spuntano le sillabe).
    Un Santo mormora:
    «Non credere loro,
    oh sapessi
    quante mani distese goccian
    merda
    sulle mie ossa annerite,
    unte di balsami, addormentate in seta.
    Quanto ci offendono
    e non possiam sottrarci.
    E quanti santi sepolti
    son traditi,
    e che discepoli mai ottiene
    verità. Oh piangi,
    piangi con me: i morti,
    devi sapere,
    restan morti!»
    Dentro la cappella si piega
    alla brezza serale il fuoco
    e le candele sembran donne
    che vedove, madri, orfane e sorelle
    facciano veglia
    ai torturati
    riconsegnati a casa
    di questi, alcuni,
    neanche dodici anni.
    «I morti restan morti,
    se potessimo, sappi,
    scapperemmo dalle ombre
    delle icone, degli altari
    e dalle chiese,
    ci sottrarremmo a questa offesa
    alla farsa estrema
    ripetuta
    e lasceremmo
    che i vermi onesti ci trafiggano
    e la terra ci sfaccia
    più di quanto ora siamo;
    ma piombo pietra e fondale
    abbiamo ai piedi o
    fuggiremmo 
    da queste mani
    dai nostri eredi,
    dai sacerdoti ricoperti d’oro
    che mima l’oro che ci tiene morti
    (una lunga fila di blindati
    travestiti a tesoro, ma l’asfalto è macchiato!
    e ci sono gli sgherri incravattati
    dei servizi…
    e si alzano come marionette
    a tempo i dignitari…
    i morti non applaudono…)
    un mare giallo splendente
    che annega le bare,
    simili a barche rovesciate.
    (altre mummie si accodano, e non s’alzano
    neppure)…»

    «I morti restan morti…»
    disse il Santo,
    ma parlava
    al vuoto e cieco cielo della notte.

    Io, per l’angoscia,
    ero già scappato.

  • Notturno lucchese

    [nella notte fra il 10 e 11 maggio 2021]

    M’appartiene più di tutto
    il fermo aspettare della via
    notturna, il cratere dopo la
    deflagrazione, la notte che attraversa,
    come caffé che filtri, queste piante.
    M’appartiene con tutte queste sante
    abdicazioni, e nell’accettare il buio
    semplicemente vivendo
    come fa la cupola
    della Galgani
    del riflesso rame dei fari,
    mi conduce.
    M’appartiene come la muta
    acquiescenza di uccelli
    all’imbrunire,
    o l’agitar compulso d’altre bestie,
    ugualmente meccanica
    risposta
    a un variare di luce.

  • Al figlio di M.L.

    Prima che la pelle
    si asciughi ancora e increspi
    conserva, Tu Ragazzo, la meraviglia lunga
    dei pomeriggi liberi d’estate:
    ti sarà utile…
    prima che gli occhi siano ebbri
    dal lavoro incessante degli sciocchi,
    fissa il sole che all’alba sorge
    sul margine del vuoto 
    e sale e vince
    il freddo ancora:
    ti sarà utile quel lampo-aurora
    nelle ore scure;
    prima che le orecchie
    si riempiano come fa un viale 
    di foglie e terra a bordostrada
    per le parole colpevoli del mondo,
    ascolta, se puoi, ogni tanto,
    la bianca pace notturna di una valle
    in cui ogni fiato è storno sulla neve:
    ti sarà amico quel silenzio
    quando non avrai voci amiche 
    intorno.

    Tu, Ragazzo, soprattutto
    osa osa osa
    sempre almeno una piccola volta
    al giorno. Basta, direi
    a danzare, mortale,
    fra gi Dèi.

  • Primavera nell’anno 2021

    Al Poeta Francesco Paciscopi,
    sulla sua tomba.

    Forse quel verde delle nuove
    fronde imita il rame
    consumato di nubi delle tombe
    le cupole, i coperti
    mausolei.

    E m’illudo così versando
    (che buffa cosa l’obolo fiscale
    del 2019 2020)
    alla Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia
    ed Esarcato per l’Europa meridionale
    di risarcire in modo bizantino
    in questa piana alluvionata
    i soldati
    dei nostri respiri,
    uno a uno.

    I catafratti dei giorni
    e le bandiere
    accese, poi spente,
    soffocate nel mistero
    di una battaglia persa.

    A Te spero fraterna
    arrivi, dove sei
    l’eco diurna.
    di una remota tuba.

  • La mappa


    Parla, da muta appesa alla parete, di noi
    di carovane degli abbracci e dei rifiuti, scogli
    fedeli e fari traditori ai marinai,

    di un viaggio mai immaginato e sempre
    rinviato, all’ultimo secondo: l’indaco al sangue
    di una schiatta ostinatamente ardita al numero.

    La vedi sul muro, sospesa, da te: Indo,
    Europa, Africa, mondo sorpreso, da appiattire
    iperboreo a un orizzonte estremo.

    Lì è il segreto di un destino senza nuova
    dimora nei secondi prossimi e promessi:
    battaglia già la sera che si infiltra

    come acqua umile e sporca da una macchia.
    Promettiamo, ambedue, di partire, votati
    alle geometriche illusioni di un approdo. 

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