Lontano dalla fogna dai carránecroelogi arcobalenosi dai social che strumentalizzano ogni particola di peldicazzo per la rancida bocca di “amici*
#sietesoloconoscenti
il poeta amico non é mai di alcuno, ma un intimo parassita inoffensivo al corpo e aduso a starvi dentro piú quanto pensiate, in virtú dell’arte di esistere inincorporabile, inaccettato per genetica. Distante Dentro di voi In voi Ogni maledetto Istante.
A te, a Bebert. sessant’anni lontani da queste miserabili rive immaginarie, meno del tuo aldilá vere, come ditate di merda di cane su un universo decrepito. Conserva un sorso di pietà per noi nella bottiglia. A te LFC buone vele.
Forse vi piacerà sperimentare quasi “de visu” come lavora un poeta…
Vi sto scrivendo stamani dal mio studio in Lucca, le cui finestre danno proprio sullo Stadio cittadino.
Complice il periodo e l’ottimismo che mi prende non dovendo più sorvegliare l’incolumità dei ragazzi a scuola, e l’avvio della stagione che più amo; complici la bella mattina di inizio estate che si gode da questa bella casa nuova per me…
affacciandomi alla finestra, stamani, neanche mezz’ora fa, mi ha colpito la solitaria presenza di un ragazzo che si stava allenando nello stadio, tirando in porta. L’immagine mi ha rapito e per qualche minuto sono rimasto a godermi questi attimi di felicità. Ne ho fatto qualche foto e una poesia.
Perché la poesia è occasione.
Dalla mia finestra, il mattino del 16 giugno, circa 07:30
Oggi, atleta, sei tu il giorno nuovo, tutte le cose possibili che mi augurano i tetti, i mattoni e le strade, oggi sei tu a tendermi la mano dalla sponda del vivere, calcio dopo calcio tu lo fai grato questo sforzo di esistere e verde come il prato su cui canti un pellegrinaggio ai pali e alle traverse. È il tuo saluto alla città, anche il mio, che di troppe incombenze diverse è dolore.
Grazie, atleta, calciatore che di queste occasioni sei, stamani, la migliore.
Giorni Uno che crede crede al verbo: “I tuoi giorni sono contati.” Non credi? Lo sperimenti pure, e, non credendo, passi. A te WS compiango la beffa per un triste destino, per una triste inutile scelta. Grande è la pena che ho per te. Per paura hai scelto di fare da cavia per la paura hai creduto di aggiungere ai giorni contati altri giorni contati. E al mondo, oltre alla cerchia di amici, fosti noto per essere come quei topolini bianchi nelle gabbie. Oltre alla combinazione di un nome illustre. Di quella non hai certo colpa. Ora cosa hai raccolto, Bill? Cosa hai guadagnato? Cosa hai aggiunto Bill? Ne è valsa la pena? Dicono che il vaccino non c’entra, né il Covid, e allora cosa? E allora cosa? Cosa, cazzo? Cosa? Mi verrebbe da ridere non ci fossi tu, morto e nudo, come tutti i morti in mezzo. Messo in mezzo come i morti sui camion messo in mezzo a fare da pubblicità al profitto delle siringhe e delle “cure” che non curano la malattia più seria e più pericolosa: la viltà. Messo in mezzo anche da te stesso: hai scelto di avere paura, Bill e sei stato portato via ugualmente, e neanche troppo oltre, dove saresti giunto se avessi scelto di avere il coraggio di non sommare con un triste trucco da saltimbanco, una pessima prova di teatro, giorni contati ai tuoi giorni. Non ne è valsa la pena, Bill. No. E io provo solo pena per te provo solo una triste pietà.
Da uno scambio di idee e parole con Fabia Genzovich
Se io sono morto innocente, all’ombra di un ordigno, in guerra o punto medio del percorso piú breve di un proiettile. Lasciami sotterra. Non nominarmi ma dimenticarmi piuttosto. Se dar pace vuoi alla mia pace.
Perché il mio nome estinto su vive labbra finirà sempre e ancora per suonare come una vendetta, che nuovi nomi morti chiama.
Dedicata a Sua Santità papa Tawadros II / Theodoros II Patriarca di Alessandria Patriarca di tutta l’Africa Nella Sede di San Marco Evangelista in Alessandria d’Egitto.
Un Santo mormora. Per caso, io, povero stupido, lo ascolto: «I morti restan morti, devi saperlo!» Buffo che contraddica – ma io sono stupido -, quanto piange (fra le crepe di marmo zuccherino del sepolcro, come un germoglio fresco, verde timidamente spuntano le sillabe). Un Santo mormora: «Non credere loro, oh sapessi quante mani distese goccian merda sulle mie ossa annerite, unte di balsami, addormentate in seta. Quanto ci offendono e non possiam sottrarci. E quanti santi sepolti son traditi, e che discepoli mai ottiene verità. Oh piangi, piangi con me: i morti, devi sapere, restan morti!» Dentro la cappella si piega alla brezza serale il fuoco e le candele sembran donne che vedove, madri, orfane e sorelle facciano veglia ai torturati riconsegnati a casa di questi, alcuni, neanche dodici anni. «I morti restan morti, se potessimo, sappi, scapperemmo dalle ombre delle icone, degli altari e dalle chiese, ci sottrarremmo a questa offesa alla farsa estrema ripetuta e lasceremmo che i vermi onesti ci trafiggano e la terra ci sfaccia più di quanto ora siamo; ma piombo pietra e fondale abbiamo ai piedi o fuggiremmo da queste mani dai nostri eredi, dai sacerdoti ricoperti d’oro che mima l’oro che ci tiene morti (una lunga fila di blindati travestiti a tesoro, ma l’asfalto è macchiato! e ci sono gli sgherri incravattati dei servizi… e si alzano come marionette a tempo i dignitari… i morti non applaudono…) un mare giallo splendente che annega le bare, simili a barche rovesciate. (altre mummie si accodano, e non s’alzano neppure)…»
«I morti restan morti…» disse il Santo, ma parlava al vuoto e cieco cielo della notte.
M’appartiene più di tutto il fermo aspettare della via notturna, il cratere dopo la deflagrazione, la notte che attraversa, come caffé che filtri, queste piante. M’appartiene con tutte queste sante abdicazioni, e nell’accettare il buio semplicemente vivendo come fa la cupola della Galgani del riflesso rame dei fari, mi conduce. M’appartiene come la muta acquiescenza di uccelli all’imbrunire, o l’agitar compulso d’altre bestie, ugualmente meccanica risposta a un variare di luce.
Prima che la pelle si asciughi ancora e increspi conserva, Tu Ragazzo, la meraviglia lunga dei pomeriggi liberi d’estate: ti sarà utile… prima che gli occhi siano ebbri dal lavoro incessante degli sciocchi, fissa il sole che all’alba sorge sul margine del vuoto e sale e vince il freddo ancora: ti sarà utile quel lampo-aurora nelle ore scure; prima che le orecchie si riempiano come fa un viale di foglie e terra a bordostrada per le parole colpevoli del mondo, ascolta, se puoi, ogni tanto, la bianca pace notturna di una valle in cui ogni fiato è storno sulla neve: ti sarà amico quel silenzio quando non avrai voci amiche intorno.
Tu, Ragazzo, soprattutto osa osa osa sempre almeno una piccola volta al giorno. Basta, direi a danzare, mortale, fra gi Dèi.
Forse quel verde delle nuove fronde imita il rame consumato di nubi delle tombe le cupole, i coperti mausolei.
E m’illudo così versando (che buffa cosa l’obolo fiscale del 2019 2020) alla Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa meridionale di risarcire in modo bizantino in questa piana alluvionata i soldati dei nostri respiri, uno a uno.
I catafratti dei giorni e le bandiere accese, poi spente, soffocate nel mistero di una battaglia persa.
A Te spero fraterna arrivi, dove sei l’eco diurna. di una remota tuba.