Sono Furio DETTI, scrittore, poeta e curatore e sono qui per presentarVi i due volumi frutto del concorso Poesie di Strada, tenuto nel 2020. Oltre 300 autori selezionati per i tipi di Idrovolante Edizioni in due volumi di antologia multigenere e multistile. #idrovolantedizioni2020#poesia#furiodetti#therook
Invéstiti di nubi, orlo piegato e variabile, spigolo di monte, mio Montovolo: invéstiti di nubi. È un sudore di cervi che insidia le mappe umane e le certezze, è nel vapore vortice di foglie nell’offesa dei pigmenti nel tacere dei frutti oberati fradici, maturi fino all’abuso, nella dura scorza avorio di castagne, nel mallo negro fattosi noce, è questa voce, che si fa verso, e il verso tono d’acque superne, rombo di una fonte sottratta nel buio ove i miei calcagni si disfanno.
Oggi ho deciso di ospitare in questo blog una poesia non mia, ma di Luis BALOCCHI. Una splendida poesia propostaci oggi nel giorno di Ognissanti.
CERIDWEN
Che dire della fame che ci danna? I fuochi giù a Tesinn (1), le foglie; la pelle: la tua, così simile alla mia. Ancora non sapevo de la fine dell’estate; ne l’amour, cercavo fioritura. Allora, mi mostravi il sesso delle streghe, del fiore che sboccia nei dubbi dell’inverno. In del caldar (2), ora rimesto un brodo di sangue, gambe, muscoli, labbra. Così, giuravi, rinascono i morti.
Poiché ho salvezza nel minuto, nella montagna che si offre pilastro al cielo, co’ suoi alberi e nell’equa, imperturbata mobilissima vita che non privilegia passione ma tutto esprime. Tutto manifesta.
I
Finalmente in me
muore la strada
terminato il ripetersi
dei doveri e degli uomini.
Infine godo, dell'oro
eterno di questa morte
che torna - benedetta -,
al volgere dei meriggi,
al recapito amato.
Tu, fratello, tu sorella,
forse sai, forse più di me
se un moto trema
sottopelle e m'ascolti
e questo dire riverbera
il tuo sentire.
E, prima di conoscermi,
t'accora.
Coloro che sono al vento, a cui il freddo morde le ossa se innocenti vengano al mio tetto. Come potrò io li proteggerò perché questa è la via degli Déi.
Non per ricompensa o retribuzione ma per nobiltà che nasce da giustizia Io darò loro rifugio nel nome di Odino e degl Aesir, nel nome dei Vanir e nel nome di tutto ciò che abita i Nove Mondi.
Poiché persino gli innumeri spaventosi mostri e i tremendi giganti rovina degli Uomini hanno ricevuto un luogo.
L’uomo che mente in televisione è mosso dal medesimo potere che scatta nelle catene dei cancelli, così l’innumerevole abuso sale sui lampioni, si arrampica lungo le diagonali dei tetti, i colmi e le grondaie; questo è mentre osservi il tuo braccio, da sveglio, dentro il letto che sembra una tibia mite di defunto, bluastra e divenuta monda con la sua testa d’osso e il fusto; questo è mentre ti chiedi cosa tenda i guinzagli dei cani, oltre ai cani e ai padroni e a cosa serva la catena dei battiti e respiri. Sai che la chiami catena, come s’usa in prigione e questo potrà dirti qualcosa sul segreto che accende i filamenti delle luci e tiene le antenne del 5G deste eternamente. Non sono cherubini e neanche demoni, sin quelli pure frutto di provvidenza e amor celeste. Sono peggio. Peggio peggio che i mostri accumulati nelle icone dei Santi, sono peggio forse che i soldati in marcia per immergersi nel fumo nella combustione in pentrite. Sono una condanna fluida una proprietà dello spazio, direbbe un fisico, come il campo elettromagnetico o l’onda gravitazionale. Pervadono i minuti di gioia e avvelenano pian piano persino le mie ore, mentre mi chiedo come te quando finirà questo dono e se la felicità raggiunta, sia immeritata e quanto.
Oggi ho letto le vite dei giovanissimi e suicidi fratelli Trakl. Lui, Georg, poeta e soldato; Lei, Grete, musicista di talento. Sempre oggi uno dei nostri ex Capi del Governo si permette di dire: “Gli insegnanti devono tornare a lavorare, visto che lo hanno fatto i netturbini”.
Oggi vi osservo, più stanco del solito, forse meno allegro nel mio stato, fratelli: due, cari alle Muse ma infelici al fato. Tra un farinoso vapore d’insetti come riflessa immagine di vergine su una pigra polla d’acquitrini inverditi, ignoranti e felici più di ciascuno, certo: la tua fronte, lo sguardo duro, uscito da un’anfora greca, infranta di irrimediata antichità, mi osserva, bella e violata, e – morto – non può vedermi ricambiare. E lui, più luminoso, Apollo, ma da qualcosa di fermo nella bocca e amarissimo, con la balestra acuta, il vertice di lancia dei sopraccigli e due occhi come bestie inseguite e vigili, vive, più vive del mio giorno ancora adesso mi esaltano, incoraggiano. Le ossa di ambedue sbiancano ancora e nulla più sotto la terra a Stahnsdorf e a Mühlau, a muoverle più nulla, e i vostri corpi divorati come carta dai vermi, a me sono presenti in modo che non posso dire.
Considerati voi, le ossa, i resti che urne furono e che cosa vi serbò il sole dei vivi e cosa di verbo e di bellezza fu nel vostro respiro, brevissimo, guardate noi ora, vi prego, vi scongiuro, resti: a ricevere ordini da idioti farabutti imbecilli, come stiamo. Se non dovremmo uscire per le vie stridendo e dare fuoco a tutto.
A Friedrich Nietzsche, nel 120esimo anniversario della sua scomparsa.
Vogliamo la dinamite, vogliamo la gerarchia vogliamo l’aristocrazia vogliamo uccidere il livellamento e l’uguaglianza, vogliamo abissi e martelli vogliamo distruggere ogni genere malriuscito di esistenza, ogni cosa inferiore al Superuomo.
Una poesia nata da una foto e una storia del regista Dino VIANI
FIORE C’È
Esistere non è semplicemente un cartello, o un modo più gentile di dirti “Attento al cane”, ma se vuoi stare da una parte stai con l’uomo semplice, che ha un recinto e dei campi e sacro il dovere d’ospitalità. Che si accompagna a volte come ai tempi d’Omero a un muro più bruciato, al calcinato segno squadrato dei cortili, in cui rimbalza profugo il mormorio marino e la spuma d’onda è un esploso fiorire d’aglio; e a volte s’accompagna ai cani e al frinire elettrico di una povera radio, posata su un sasso mentre aspetta le mani.
Qui accredito il gentile Dino Viani che mi ha regalato lo spunto e la materia viva per lavorare a una poesia. Scatta foto splendide e narra (filmando) splendide storie.