La Poesia ha mani fragili, eppure sa infilare le dita fra le fiamme e non teme se al polso la circonda un monile di ghiacci notturni: la Poesia ha mani in grado di vedere, parlare, e se le cavassero gli occhi, saprebbe lo stesso. Diventa pericolosa soprattutto quando soppesa nella destra il sangue dei bambini, di animali innocenti, e la sinistra palma regge la farabuttaggine grassa oleosa dei leccapiedi Lì, quando incespica, oscilla, trema, si piega come una bilancia di carne, è lì che dovete aver paura di questa donnetta dalle braccia deboli, perché e i suoi muscoli non conoscono stanchezza, perché la sua misura è più eterna della Giustizia.
Oh, grumi di istanti! Siete l'eco di colpi di zoccoli su una strada in salita dopo la pioggia. E una voce, quasi familiare, si perde oltre il recinto del giardino.
Sperare a ogni costo che sia eterno senza sosta, immutabile, a se stesso uguale il giorno, la sua luminosità di acqua trasparente e fresca, intrecciata di promesse, poi sapere sentire – nonostante il resto – nelle ossa il dolore cosciente che tutto è impermanente, è questa la tentazione radice di ogni tentazione, la caduta di cui han sapore tutte le cadute: e nell’oro si annida il morso del re dei re serpenti. Poter mangiare come pane morbido le stanze da ben altri attraversate – alla stessa musica, precisamente quella udita dalle orecchie morte piene di terra e ormai dimenticate – e sentire nella sera carica di grilli questo amaro e questa tentazione in cui il pennello, la mano dell’orefice, il piede che danza, il ventaglio e la cura che accesero i giardini si profusero e intesero anch’esse scongiurar quel dolore, allontanarlo e vane dimostratesi. Una pena che io conosco a cui rivolgo una preghiera mentre declino il capo lungo il dorso e la mano.
che pare un cubo, traslucido nell'aria perché distanza e cielo ingannano e non sempre serban fedeltà d'immagine a sostanza. Ma al potere al potere essi stanno in perpendicolo, rapaci minacciosi, come quelli custoditi in una torre angolare, così tale geometria è custode e mi conferma la simmetrica ruota del Samsara che fende il sole e abbaglia come in lampi.
E ruota ruota, e ruota con implacabile inesausta durezza, si rivolge.
Il divenire, il tempo, sudore acido sui bronzi, polvere che intasa i propilei, ma anche nel disfarsi chi la vede meglio di altri ancora? Vi è chi ne coglie, potenza di potenza frantumata e tornata.
Triade frantumata che sempre dentro sé stessa riconduce anche per l'Avatar che ne sta fuori?
Eiaculavano, idealmente nelle braghette tutti, da Richard Gere in pellicola alla più piccola comune agricola che sventolava bandiere tibetane rubate alla Montagna e oggi gettate nel letame. La tibet-moda per trent'anni inarrestata, illuminata, il self service dei chakra e della compassione, andato in vacca (non santa non indù) andato in cacca con una clip da 30' in stream view. Esattamente come in un esperimento il sentimento fotocopia di tutti quanti sclerano adesso e ruggiscono come bestie intasate di rabbia col un bello stronzo (morale) devo dirlo, nella strozza in fila al mattatoio: sgozza e sgozza e sgozza chi prima infioravi di Osanna: è un portento. Mai visto un voltafaccia così tipico di un mondo di immagini e fole che non lasciano traccia.
Una calca che è Kali Yuga immondo.
[Immagine credits: Dalai Lama and Boy, artist: Rayma]
Mi sono sentito affondare con gratitudine incrollabile nell’antico e nel nobile sottostante suolo, come una quercia radicata, un campanile, una vetusta torre, un dolmen. Poche volte mi sono addormentato così bene, e così libero: che mi è parso di respirare senza aria, come un pesce in un’acqua rinnovata e insieme nota, senza alcun debito, interesse o rimorso. Nell’assoluta gloria di ciò che è seppellito da tempo.