In quattro, Uccellino,
messo da Monna Morte su alluminio,
t’han detto, vivi: “Poverino!”
Ma solo uno, che si pensa morto,
ti ha sepolto.
Casarsa della Delizia (PN), 5 09 22

Ho tempeste di cotone e nuvole d'acciaio, terra color pavone fra i versi. [furio detti]
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In quattro, Uccellino,
messo da Monna Morte su alluminio,
t’han detto, vivi: “Poverino!”
Ma solo uno, che si pensa morto,
ti ha sepolto.
Casarsa della Delizia (PN), 5 09 22

Poesia dedicata all’amico scrittore Massimo Maugeri, autore de Il sangue della montagna (2021), La Nave di Teseo. Nessuna correlazione immediata o meccanica con il contenuto, ma un omaggio sentito, dalla Musa ispirato.
Al fondo, il sangue della montagna sposa in colore le mani delle giovani suore, è simile alla sclera della luna che si spalanca su voragini di case, così denso, spezza l'abbraccio di ogni madre, tranne quella di Dio. È un mulinare di antichi giganti e muscoli dannati, ma parla, se parla, come un bimbo. Io a questo umore devo la vita, è quanto mi è casa e voce. Mi fa parola, quando sporco i piedi nel suo denso Golgota fradicio e la mia gioja è gioja di carni crude, irresponsabile, e ancora disastro inesplorato. Ancora un augurio all'autore e al libro. Ad maiora.


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Parafrasando Hitchcock, vi annuncio che il sottoscritto ha Vinto il Premio del Presidente della Giuria al prestigioso DerutaBookFest22.



Grazie al volume edito Akamon. La porta rossa (2019), LeMezzelane.
E la scrittrice Linda Lercari con Kaijin. L’ombra di cenere (2018), Idrovolante Edizioni, ha conseguito lo spettacolare Primo Premio per opera edita.

Una “doppietta” che abbiamo la gioia di annunciare.
Grazie alla Giuria, all’organizzazione (Jean-Luc Bertoni), ai lettori e al pubblico derutese, di un calore da …fornace per ceramica!
Sentirci poco, per sentirci poco e pure decidere - dal mio lato -, di godere ogni attimo presente e mutevole. Questo, forse, ti mancò, ci fallì, prima dell'irrevocabile. Comunque non sei mai lontana che per l'ordinario, dalla mia carne, dalla mia persona, come prima; e solo lo straordinario litigioso e ribelle, ostinato sempre, ci univa. Ci unisce. Poco sentirsi, per poco: - brevi chiamate al telefono e a malapena -, non ne ho maggiore rimpianto ma so che ambedue di ciò ci contentiamo. Né mi pesa, se sogno la tua ombra stringermi persino, con urgenza, i polsi. 21/07/2022, un anno.

Tu uscirai dalla porta, dirai: "Questa è la mia realtà!" Non potremo non essere d'accordo più armoniosi fra noi di così. Saremo allora una cosa sola finalmente perché in me ho strade e vicoli, sottopassi e scale così ingombri di cose in parte rifiutate, in parte cedute al temporaneo casuale notturno cambiamento. Al caso o all'accidente fuori dal controllo come uno che dorma. Ma io di tutti questi oggetti son custode, mio malgrado, il rendiconto devo ogni volta che passa il tempo assegnato e percepito. Di quest'erba molesta di persone, di parole che affolla ogni terrazzo, pianerottolo, gli attraversamenti ne ho anche troppa! Solo i canali, quieti, trasportano nel loro nero sangue - tale sembra, ogni notte, il loro corso -, i pochi pesci vivi, la spazzatura lo sporco e le schiume ma anche i tratti del respiro limpido delle sorgenti ch'erano gli scoli. Tutto vi si mescola e trascorre. Sono grato, e anche tu mi capirai, a questi oscuri e stretti botri urbani, a questi scolmatori quasi trattati al rango delle fogne come un fumetto di Hideshi Hino. E invece necessari, e liberanti! Loro almeno portano altrove quanto vi finisce. Non io Non nella mia città non quel che sono.
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Recentissimamente un profilo Instagram che seguo, Città Pasolini Archivio, o Cittapasolini, creato e gestito da @silwallace e munito di un sito www: cittapasolini.com, che quindi non è emanazione diretta del Centro Studi PPP di Casarsa della Delizia, ha risposto a segnalazioni relative a una campagna pro-vita o anti abortista che citava direttamente l’autore.

Naturalmente ognuno è libero di dire la sua, ci mancherebbe. L’impressione che ne ricavo, abbastanza sgradevole, almeno per me, è il tono risentito, stizzito, acidino, adottato da Città Pasolini, che concludeva l’intervento, uno dei diversi post, peraltro argomentato, in netta polemica con il Gruppo “ProVita&Famiglia”, committente e forse addirittura autore della campagna in questione, con “giù le mani da Pasolini” e “denunciare questi abusi”, soprattutto il GIULEMANI e il DENUNCIARE.
Parola grossa, “de-nun-cia-re”, la useranno nel senso più morbido, ossia “segnalare con disapprovazione”, e quindi un senso certamente accettabile in un contesto di dibattito sia pure aspro, o nel senso legale /giudiziario? Dai toni di altri commentatori parrebbe più forte la seconda accezione, se non sto malinterpretando.
Al di là della stretta questione mi piacerebbe qui chiarire una linea di principio che difendo e faccio mia. “Di chi è il poeta?”
Se un poeta non desidera essere “usato” – che sia a sproposito o no è cosa troppo complessa perché un numero sufficientemente grande e “civilizzato” di umani si metta d’accordo, figurarsi se saprebbe farlo una corte di giustizia qual che sia o qualsivoglia, – ha solo una cosa da fare:
scrivere in una forma più agile possibile, nello spazio di un volumetto non superiore a 80-120 pagine, presumibilmente, un elenco di regole, il più possibile formali, per l’uso della sua eredità culturale, artistica, poetica, intellettuale e umana.
E sperare. Senza illudersi troppo.
Perché una volta morto il poeta, al quale chiedere se gli fa piacere o no mettere la faccia in altrui battaglie, c’è ben poco da fare. La poesia (e il poeta) sono parte del mondo e nel mondo vanno facendosi preda di ogni utilizzo. Fa parte semplicemente delle situazioni umane. Sto naturalmente parlando delle idee e ideologie, non del tristo e squallido sfruttamento economico di un’opera, cosa per cui i parenti e gli eredi di ogni poeta mostrano generalmente carature niente affatto poetiche né, oso dire, umane!
Ma delle idee e della poesia… sulle idee e sulla poesia…
bisogna farsene una ragione. La poesia serve per resistere alla follia del mondo, ma non è invulnerabile alla follia del mondo! Ci sarà sempre qualcuno che “tirerà il poeta per la giacca” e qualcuno che si scandalizzerà per questo. Il brutto secondo me, il nocciolo del problema, è trattare un poeta e le sue parole come se fossero un bene o risorsa materiale, un nanetto o un vaso da giardino di cui ognuno invoca o pretende l’esclusiva proprietà e sovranità. E solo un inarrivabile cretino potrebbe pensare che un volumetto di istruzioni per l’uso, ancorché emanato del poeta stesso, possa fermare il mondo in carriera. Figurarsi i litigi politici fra presunti custodi dell’eredità morale e ideale. Per una vulgata accettata e accettabile basta la massa dei critici, con tutti i loro innegabili difetti, peraltro.
Questo atteggiamento mi pare forse più ridicolo di sentire tirare per la giacca un poeta. Con questo, piena pace a Pasolini. A CittàPasolini che è e resta una bella voce, iconograficamente ricca, nel panorama; e, va da sé, ai Provita!
Devi impedire alle cose sbagliate di possederti, ma, come? Lasciarle andare al modo dei soldati dopo una piazza arresasi, o altro che sia: che vadano a crepare per il loro mostro senza te. Che le avviluppino nella loro bandiera e che la sera altri squillino picchetti e disonori per esse. Non ti riguardi. Tanto quelle stesse fanfare le copriranno i mari mobili e profondi. Dopo di te e più di te giusti e possenti. Le alghe infesteranno ogni divisa, i plotoni affonderanno, fungiranno ciechi i fucili diritti, quando la polvere da sparo, infradiciata avrà cacciato l'ultimo respiro.
Il miracolo è nella clarità maturato in calura sotto i coppi negli uteri d'ingombri retroscala o di soffitte: un pieno senza ostacolo alla sua medesima pinguedine carnale, di cose, cardinale corteggio di roba e moltitudine. La vita sconsacrata degli oggetti che nelle discariche riformano costanti Arcadie, guappe ed offensive. Come innumeri morti sulle rive d'Acheronte ristanno, senza danno che il decadere di ottimo, il decoro spaccato d'una tazza di cesso contro l'erba. Il futuro dismesso, a riscontro d'Italia, delle viste tenere, la discoverta campagna d'un Piero, d'un Leonardo, semicombusti riverberi di toni, svapi colli, un disparir di poggî, feudi, rocche. Oggetti cui servirono le mani e cupide, desiderose, bocche. In tanto spandersi derivi i borghi familiari, i lontani: il Paese morto, infestato dai divi.
Attenzione.
Questo è un blog aperto a ogni utenza, indifferenziato. Pur trattando nella mia poesia temi molto forti e controversi, ho sempre cercato di metterli in una forma tale da non costituire problema alla lettura e all’equilibrio anche di minori che eventualmente capitassero qua.
Finora, a mio giudizio, sono sicuro che ogni mia poesia qui pubblicata potrebbe essere letta senza problemi legali, in una qualsiasi scuola almeno dalla media inferiore. Per capirci.
Del resto molto difficilmente ho avuto l’esigenza di fare poesia con un linguaggio PARTICOLARMENTE esplicito o fortemente connotato sul piano semantico inerente al sesso o relativo a descrizioni estremamente realistiche di violenza. O altri contenuti scabrosi.
Però ci sono le poesie che fanno eccezione.
Qui non esiste del resto una politica di piattaforma, come quella del “COPPA”, vigente per i contenuti video su Youtube, né avrebbe poi senso implementarla per una o due poesie.
Ma per la poesia che segue ho deciso di impostare un filtro.
QUI in fondo al post è indicata la password per leggerla.
SE LA UTILIZZI E LEGGI IL POST SUCCESSIVO, che riporta pari pari questo disclaimer, DICHIARI IMPLICITAMENTE DI AVERE PIU’ DI 18 ANNI O CHE COMUNQUE NEL TUO PAESE E’ PER TE LECITO LEGALMENTE ACCEDERE A CONTENUTI CLASSIFICATI PER ADULTI.
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Insomma la password che sto per mettere e che serve per leggere la mia più recente poesia equivale al pulsante “Hai più di 18anni?”
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maggio16