dionisodromopoesia

Ho tempeste di cotone e nuvole d'acciaio, terra color pavone fra i versi. [furio detti]

  • Dopo il Barbiere

    
    Forse la morte è quel poter uscire
    per ragione d'inerzia dalle troppe
    confusioni del giorno
    e dal ritorno del corpo
    che si pente a udire
    l'ossa giuncate della bella
    gioventù flettersi - non sanno
    del costruirsi l'infinita pena -,
    quelle segrete confessioni prigioniere
    nella pioggia all'interno dei cortili
    cui si vorrebbe riandare
    con languori ostili, a riannodare
    l'invisibile refe che da bimbi 
    s'immagina e si lega alle ringhiere.
    Ma non s'arrende ancora questa luce
    nelle stanze ricordate a ufficio
    in cui altri spettri s'adeguano composti: 
    sì che vorresti possedere ancora
    il caldo del marittimo e i clamori
    alle finestre aperte in Piazza Grande
    e Via Cogorano.
    Sì che vorresti con orecchi nuovi
    e più onesti, certo meno offesi
    ritrovar l'armonie del fragore
    che s'agitava nel ventre risalendo
    le scale, le inferriate sporche,
    mentre giocavi
    con una fotocellula: uscire, si diceva,
    attraverso le siepi in parallela
    alle cancella e ai muri dei palazzi
    cotti dall'afa, oltre il Liceo
    condito di salmastro. Uscire,
    sia pure dall'innocuo disastro
    semplice e mite di codeste mura
    lucchesi in guisa di biche di formiche
    (montalianamente pregando per dilemma)
    perché si salvino solamente i gatti
    che come apostoli in solenne tenerezza
    si strofinano il capo, mentre
    mi ripasso la mano lungo il mento
    correndo sulla scabra rasatura
    e al novero dei vivi riappartengo,
    sia pure per diritto di cotenna.
    
    
  • Filast(r)occa

    È nel tuo centro, mutilo di rose oggi,
    ché di rosa e altre tinte ha sulle fronti
    dei palazzi in piazza, e del decoro
    che nei decori ostenti, Trento:
    mi ritrovo.

    E sopra i tetti un proverbiale
    – e perciò familiare – meteo sciogli
    sulle guglie gotiche, germaniche,
    del Duomo, e riverbera il suono
    che dal corso alle fonti
    tiene voce: e sui monti svetta 
    una croce.

    Così per buon consiglio, penso
    a un uomo, presso Torre dell’Aquila
    che di lastre calcaree è ricoperta
    (e che perdute
    ne ha, da qui il nome
    e ancora segno di tempo
    e verità). E un’altra torre
    mi richiamo a memoria.

    Quanti aspetti e accenti cederemo
    in filastrocca
    non so.
    Ma nella tomba,
    fatto festivo del vivere,
    invertendo me stesso
    e disfacendo
    quanto fé mia madre
    aspetterò un richiamo
    di campana
    e tromba.



  • Nella Terra di Nessuno

    
    Agite per la pace ma solo nel piccolo,
    non osate andare oltre i confini 
    delle  vostre braccia.
    Perché lì, nella Terra di Nessuno 
    ci saranno furfanti
    che ve le strapperanno 
    per appenderle ai carrarmati.
    
    Cercate la verità ma solo per le parole
    che su di voi ricadono e che giacciono
    e si svegliano con voi, e non cercatela
    altrove. Perché lì, nella Terra di Nessuno
    ci saranno maiali che masticheranno
    l'oro del vero e ne faranno
    strame.
    
    Amate la giustizia ma solo quando
    busserà alla vostra porta o cadrà
    stremata per la fame nel giardino.
    Non portatela oltre l'isolato
    o l'officina, là, nella Terra di Nessuno
    diventa la puttana del prepotente
    e del bandito.
    
    Dormite con la vita e camminate
    la morte al fianco, ma non lasciatele
    errare oltre il vostro sguardo,
    perché nella Terra di Nessuno
    diventano due cagne vogliose
    di ossa e muscoli e viscere,
    bramose di scannarvi.
    
    Coltivate la conoscenza ma non oltre
    le chiome vive delle piante la cui
    vista vi annoia se più tristi
    sollevate lo sguardo dalle stanze
    in cui vi costringono.
    Non fatela germogliare nella Terra di Nessuno:
    là diventa veleno.
    
    Siate degni non oltre il vostro piccolo.
    E se anche solo un pugno di voi si tratterrà
    dall'oltre,
    se non calpesterà neanche un filo d'erba
    della Terra di Nessuno,
    sappiate che, in attimi,
    la Terra di Nessuno
    e il veleno
    e le cagne
    e i banditi e i prepotenti
    e i maiali
    e i furfanti
    non avranno più posto
    in cui stare.
    
    
  • Inquinamento luminoso

    Nella luce negata, asfissiata
    delle stelle, stanotte
    siamo ostaggi.
    Io, la gatta
    (noi due, ancora)
    insonni: lei per bestiale
    necessità, io per pena
    riemersa. I fari della città,
    i lampioni, le lampade
    han fatto del cosmo
    e della sua notte
    uno slavato sfondo
    uniforme.
    Accarezzo la gatta
    (la stessa di altre poesie, di nuovo)
    ancora senza risposte: solo
    come fossi morto
    irrelato fra cose e altre cose
    irrelato al bagliore della cupola
    irrelato alle strade
    alla stanza in cui sono
    e a tutto quanto esiste
    e che, di là da dove mi trovo,
    sento vivo, un postumo  di ferita.
    Non esserci, ecco, è così
    - e dover però -, 
    testimoniare e tacere insieme
    in questo tribunale. Spero
    che la Poesia, adesso
    le Muse, siano una trasmittente radio
    e incontri almeno un remoto
    canale, una portanza e un ascolto,
    una ripresa d'onda
    che sia luce rifratta, risospinta
    energia fra astri d'infima
    magnitudo,
    ma uniti
    al disatteso margine
    di smisurati atlanti per galassie
    sopra l'inquinamento luminoso.
    
    
    
     
    
  • Con me, nel camerino

    (una poesia del 2014, ripescata fra i ricordi…)

    Due ombre gettate dai faretti
    mi accompagnano sul palco
    a volte insieme, a volte una
    soltanto, o a volte alternando
    i loro passi a vicenda
    insieme ai miei sul legno consumato.
    Entusiasmo e Paura
    spesso salgono con me
    si vestono con me nel camerino
    si truccano, la seconda troppo
    e il primo
    più in fretta per batterla sul tempo
    e accade pure che vengano applauditi.
    Due compagni necessari
    ormai consueti:
    entusiasmo e paura.
    
    Che arte si potrebbe mai fare
    senza di loro, insieme?
    
  • Gravità

    Sto qui con una gatta, anziana
    e irrequieta: Nadir, sorella
    di un'altra micia che è la mia diletta,
    nel letto. Come, spesso,
    sorpreso dal dormire che tradisce.
    Per placarla, la lascio entrare
    sotto, stretta al fianco
    e con il dito la accarezzo 
    ripassando
    dove si è fatto frale e minimo lo spazio
    fra pelle e scapole.
    Così,
    nel rimanere mi accorgo con mollezza
    tenera di stare
    accarezzando
    un gatto quasi morto, un'anteprima
    del suo disfarsi in ossa
    d'animale, 
    una carcassa viva
    che mi fissa con occhi rassegnati
    e onesti in cui galleggia
    una domanda - E' questo il tempo?
    Questo è il significato
    del nostro attraversare troppo 
    breve un tale spazio?
    E massaggiando queste crude 
    future
    reliquie sottopelo percepisco
    che forse persino le montagne
    maestose, come quella che fissa senza sforzo
    la città,
    provano anch'esse dentro al loro
    segreto minerale
    lo sgretolarsi del vento,
    e della pietra il tetro
    farsi vetro.
    Odono anch'esse il cerchio delle stelle
    certe notti così quiete
    strofinare
    questa luna nel mezzo, mezzaluna,
    sasso pulito e fatto luminoso, 
    gettato dentro a un pozzo
    per un gioco
    quando l'aria è un lapislazzulo spietato
    mentre la gatta, un'altra bestia, impasta
    e sottotraccia mi sfrigola di sopra
    il ticchettare acuto delle unghie
    che assalgon la trapunta!
    
    Allora
    mi sovviene! Il crepitio è lo stesso
    che i sensibilissimi strumenti 
    all'ascolto
    delle onde gravitazionali
    ci ridanno.
    Ecco spiegata dai fisici la pena 
    che mi scende adesso in petto,
    acqua pesante, densa, senza sforzo:
    ecco che siamo
    solo noi a sentire scricchiolare
    l'universo.
    
    25 gennaio 2022, ore  03:33
  • Al morto nella torre della mia scuola

    Per fratello ti tengo e compagno 
    Se di questo mestiere mi lagno 
    E mi piace la quieta soffitta 
    Che fa albergo alla carne sconfitta:
    
    Ai riflessi dei vetri e d'ampolle 
    Consegnasti il tessuto tuo molle 
    E al posare in anonima fossa 
    Preferisti il candor delle ossa:
    
    Delle tibie mi pari bandiera, 
    Cavaliere di multipla schiera, 
    Fai dei denti un disarmo sorriso, 
    Gentiluomo che disponi il viso
    
    Ben piú onesto di tanti e parecchi 
    Che alla scuola diventano vecchi. 
    Piú glorioso mi par tuo servizio 
    D'ogni ora del mio vivo offizio.
    
    Scambierei certo piú di un minuto 
    Col tuo santo dialogo muto 
    Col tuo ergerti su cianfrusaglie 
    Alle mille mie stanche battaglie.
    
    Se ti dicono qui relegato 
    Quanto sciocco, quanto sbagliato 
    Un siffatto mondano giudizio 
    Che non vede piú oltre l'ospizio
    
    Destinatoti in sorte, cui scorre 
    Il tuo fuori dal tempo alla torre! 
    Quanto sciolto, felice, lontano 
    D'ogni pena che ho a Mu*****ano.
    
    Nella notte fai duplici spegli 
    Alla luna nel buio che vegli 
    E raccogli le celesti ruote 
    Nel tuo cranio dall'orbite vuote.
    
    E pensandoti in ciò sbigottito 
    Mi consolo con te d'infinito.
    
  • Non c’é freddo


    Non c’è freddo, forse, nelle memorie
    nel quieto candore di una luce
    innocente e malata, anche,
    per troppo amore;
    dove uccelli grigi han casa
    sulle travi sbilenche, e attraverso
    gli occhi miti
    che i campanili hanno
    per finestre, contano uomini e
    pericoli e canne di fucile
    fra le canne.


    O nei catini delle pievi
    questa stagione
    amara e dolce sopravvive
    ricoperta dell’oro dei mosaici
    dove i Santi hanno un volto
    sbigottito, quando ascoltano
    l’eco di un cane o di giochi di ragazzi
    fatta molle dall’umido dei prati
    dalle marcite nelle paludi antiche,
    mentre entra dai portali aperti,
    e come l’acqua trema,
    con l’arroganza e il rimprovero
    di chi sta quasi per piangere.

  • Pietre

    Nella mia casa ai piedi
    della consunta scala
    c'è un incrocio di conci:
    bianco rosso bianco,
    banco per banco.
    Una è la santa terra
    da cui per metà nasco
    e non so dirmi figlio
    né per lingua né uso:
    così poco l'ho vista
    la confinata plaga
    di argille e vigne, sotto
    il fiume ai piedi di
    Montona e sui colli
    attorno. Vicino a Orsera
    ho attinto il crepidoma
    però, per un ritorno
    vero. Dietro il portone
    il ferro e il rosso
    stanno ugualmente cari
    a guardia di un altro
    porporar crudo: il romano
    porfido nudo.

    Quella lastra che ho posto
    chiara fra le chiare
    non la toccò il tuo piede
    che una volta - un ictus
    e non più - ti sottrasti
    per tua scelta al tempo
    e il tempo a te terminò.
    Oggi cucino il cibo sopra quella
    particola di roccia,
    ho un fuoco santo in casa
    che da questa comincia,
    prima che salga il fumo
    io la calpesto d'amore.
    Avrei voluto ancora
    vederti salire, nei tuoi ultimi
    anni sulla bianca soglia,
    consolarti una stanca parola
    fra le tante. Non così è stato.
    Io so che il rosso
    del porfido trattiene
    quello che un figlio tradisce
    e ingolfa nella gloriosa
    tinta dei Cesari ogni sua
    pessima ambizione.
    Ogni mia rabbia sgrana
    sul tinto del fegato
    petroso.
    E metà di quel sangue risaliva
    l'ombra dei miei stinchi,
    e sulla pietra più alto, a
    imbastire
    un arbusto ostinato,
    qualcosa di spuntato per disgarbo.
    Io sono ciò che sono
    e l'arenaria mi è
    testimone, accoglie,
    ventre impresso di madre, le mie
    pazze pietre.
    Le mie pietre savie.

    Quella lastra che ho posto
    non la toccò il tuo piede
    che una volta.

    Quella lastra che ho posto
    il piede tuo non la tocca più.
  • Terrore

    Piccola canzone da pianerottolo

    Non domandare, ti prego, perché ho il terrore
    e persino le ombre delle piante innocue
    sui davanzali mi fanno sobbalzare.
    Hanno pianto a lungo e si sono ritrovati
    da anni sulle piazze ben pasciuti, foderati
    di giornalisti e redattori, tutti precisi, quasi
    casual nel loro vestito, ma con quella oscura
    luce negli occhi di agenti vecchia Stasi.
    O Securitate, e perdona le amare risate –
    mi viene in mente or ora una “scrittora”
    celebratissima a un incontro di quelli seri
    (di quelli culturali e veri)
    che rammentava i brutti pomeriggi
    negli Ottanta,
    passati in un appartamento a Bucarest
    e con quanta umoristica pena rammentava
    ricordando i sotterfugi degli amici,
    come fosse un crimine
    presente, di cui occuparsi, ma al passato! -,
    Memorie colte e neanche di Adriano.
    Un crimine scampato.
    E nessuno in sala aveva il coraggio di notare
    neanche a bassa voce, piano,
    che a sedersi e udire poteva solo
    chi fosse “greenpassato”.

    E ora ascolta, piangono.
    Da trent’anni piangono contro ogni tiranno.
    E piangere, ti svelerò, è il peggior reato.
    Ora so. Ora so. So.
    Hanno sempre strillato
    contro ogni oppressione
    e a parole hanno intonato un Te Deum di lagne
    da spaccare i muri. Sicuri,
    fin dentro le entragne che nessuno avrebbe osato
    dire che in fondo non si stava attualmente così male.
    Han fatto della vita un bigio
    funerale e adesso ancora piangono
    e gemono e mugolando si torcono,
    come erba spazzata da un vento baltico
    o dal peggior fortunale: son giunti
    a liberarci dal Male.
    E questo mi preoccupa.
    Ben più: mi fa tremare.
    Perché li vidi urlare
    e urlare
    urlare
    urlare
    urlare
    urlare:
    «Piango, piango piango!»

    Tanto che mi avvicinai per toccare,
    Santommaso che sono, a me accidenti,
    mai conobbi un tal Golgota e stridor di denti,
    e ho visto.

    E ora ho terrore, amico mio, terrore.
    Sui loro volti le lacrime, un rigo
    nero e putrido, abominevole tabe,
    come un bubbone infetto, dritto
    netto. Il ferale
    segno, bene ho visto dalla pupilla al centro
    da pupille vuote, come da vuote statue usciva.
    Non era lo sporco del viale
    su cui si dibattevano.
    Era fango.
    E veniva da dentro.

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