Forse la morte è quel poter uscire
per ragione d'inerzia dalle troppe
confusioni del giorno
e dal ritorno del corpo
che si pente a udire
l'ossa giuncate della bella
gioventù flettersi - non sanno
del costruirsi l'infinita pena -,
quelle segrete confessioni prigioniere
nella pioggia all'interno dei cortili
cui si vorrebbe riandare
con languori ostili, a riannodare
l'invisibile refe che da bimbi
s'immagina e si lega alle ringhiere.
Ma non s'arrende ancora questa luce
nelle stanze ricordate a ufficio
in cui altri spettri s'adeguano composti:
sì che vorresti possedere ancora
il caldo del marittimo e i clamori
alle finestre aperte in Piazza Grande
e Via Cogorano.
Sì che vorresti con orecchi nuovi
e più onesti, certo meno offesi
ritrovar l'armonie del fragore
che s'agitava nel ventre risalendo
le scale, le inferriate sporche,
mentre giocavi
con una fotocellula: uscire, si diceva,
attraverso le siepi in parallela
alle cancella e ai muri dei palazzi
cotti dall'afa, oltre il Liceo
condito di salmastro. Uscire,
sia pure dall'innocuo disastro
semplice e mite di codeste mura
lucchesi in guisa di biche di formiche
(montalianamente pregando per dilemma)
perché si salvino solamente i gatti
che come apostoli in solenne tenerezza
si strofinano il capo, mentre
mi ripasso la mano lungo il mento
correndo sulla scabra rasatura
e al novero dei vivi riappartengo,
sia pure per diritto di cotenna.
È nel tuo centro, mutilo di rose oggi, ché di rosa e altre tinte ha sulle fronti dei palazzi in piazza, e del decoro che nei decori ostenti, Trento: mi ritrovo.
E sopra i tetti un proverbiale – e perciò familiare – meteo sciogli sulle guglie gotiche, germaniche, del Duomo, e riverbera il suono che dal corso alle fonti tiene voce: e sui monti svetta una croce.
Così per buon consiglio, penso a un uomo, presso Torre dell’Aquila che di lastre calcaree è ricoperta (e che perdute ne ha, da qui il nome e ancora segno di tempo e verità). E un’altra torre mi richiamo a memoria.
Quanti aspetti e accenti cederemo in filastrocca non so. Ma nella tomba, fatto festivo del vivere, invertendo me stesso e disfacendo quanto fé mia madre aspetterò un richiamo di campana e tromba.
Agite per la pace ma solo nel piccolo,
non osate andare oltre i confini
delle vostre braccia.
Perché lì, nella Terra di Nessuno
ci saranno furfanti
che ve le strapperanno
per appenderle ai carrarmati.
Cercate la verità ma solo per le parole
che su di voi ricadono e che giacciono
e si svegliano con voi, e non cercatela
altrove. Perché lì, nella Terra di Nessuno
ci saranno maiali che masticheranno
l'oro del vero e ne faranno
strame.
Amate la giustizia ma solo quando
busserà alla vostra porta o cadrà
stremata per la fame nel giardino.
Non portatela oltre l'isolato
o l'officina, là, nella Terra di Nessuno
diventa la puttana del prepotente
e del bandito.
Dormite con la vita e camminate
la morte al fianco, ma non lasciatele
errare oltre il vostro sguardo,
perché nella Terra di Nessuno
diventano due cagne vogliose
di ossa e muscoli e viscere,
bramose di scannarvi.
Coltivate la conoscenza ma non oltre
le chiome vive delle piante la cui
vista vi annoia se più tristi
sollevate lo sguardo dalle stanze
in cui vi costringono.
Non fatela germogliare nella Terra di Nessuno:
là diventa veleno.
Siate degni non oltre il vostro piccolo.
E se anche solo un pugno di voi si tratterrà
dall'oltre,
se non calpesterà neanche un filo d'erba
della Terra di Nessuno,
sappiate che, in attimi,
la Terra di Nessuno
e il veleno
e le cagne
e i banditi e i prepotenti
e i maiali
e i furfanti
non avranno più posto
in cui stare.
Nella luce negata, asfissiata
delle stelle, stanotte
siamo ostaggi.
Io, la gatta
(noi due, ancora)
insonni: lei per bestiale
necessità, io per pena
riemersa. I fari della città,
i lampioni, le lampade
han fatto del cosmo
e della suanotte
uno slavato sfondo
uniforme.
Accarezzo la gatta
(la stessa di altre poesie, di nuovo)
ancora senza risposte: solo
come fossi morto
irrelato fra cose e altre cose
irrelato al bagliore della cupola
irrelato alle strade
alla stanza in cui sono
e a tutto quanto esiste
e che, di là da dove mi trovo,
sento vivo, un postumo di ferita.
Non esserci, ecco, è così
- e dover però -,
testimoniare e tacere insieme
in questo tribunale. Spero
che la Poesia, adesso
le Muse, siano una trasmittente radio
e incontri almeno un remoto
canale, una portanza e un ascolto,
una ripresa d'onda
che sia luce rifratta, risospinta
energia fra astri d'infima
magnitudo,
ma uniti
al disatteso margine
di smisurati atlanti per galassie
sopra l'inquinamento luminoso.
Due ombre gettate dai faretti
mi accompagnano sul palco
a volte insieme, a volte una
soltanto, o a volte alternando
i loro passi a vicenda
insieme ai miei sul legno consumato.
Entusiasmo e Paura
spesso salgono con me
si vestono con me nel camerino
si truccano, la seconda troppo
e il primo
più in fretta per batterla sul tempo
e accade pure che vengano applauditi.
Due compagni necessari
ormai consueti:
entusiasmo e paura.
Che arte si potrebbe mai fare
senza di loro, insieme?
Sto qui con una gatta, anziana
e irrequieta: Nadir, sorella
di un'altra micia che è la mia diletta,
nel letto. Come, spesso,
sorpreso dal dormire che tradisce.
Per placarla, la lascio entrare
sotto, stretta al fianco
e con il dito la accarezzo
ripassando
dove si è fatto frale e minimo lo spazio
fra pelle e scapole.
Così,
nel rimanere mi accorgo con mollezza
tenera di stare
accarezzando
un gatto quasi morto, un'anteprima
del suo disfarsi in ossa
d'animale,
una carcassa viva
che mi fissa con occhi rassegnati
e onesti in cui galleggia
una domanda - E' questo il tempo?
Questo è il significato
del nostro attraversare troppo
breve un tale spazio?
E massaggiando queste crude
future
reliquie sottopelo percepisco
che forse persino le montagne
maestose, come quella che fissa senza sforzo
la città,
provano anch'esse dentro al loro
segreto minerale
lo sgretolarsi del vento,
e della pietra il tetro
farsi vetro.
Odono anch'esse il cerchio delle stelle
certe notti così quiete
strofinare
questa luna nel mezzo, mezzaluna,
sasso pulito e fatto luminoso,
gettato dentro a un pozzo
per un gioco
quando l'aria è un lapislazzulo spietato
mentre la gatta, un'altra bestia, impasta
e sottotraccia mi sfrigola di sopra
il ticchettare acuto delle unghie
che assalgon la trapunta!
Allora
mi sovviene! Il crepitio è lo stesso
che i sensibilissimi strumenti
all'ascolto
delle onde gravitazionali
ci ridanno.
Ecco spiegata dai fisici la pena
che mi scende adesso in petto,
acqua pesante, densa, senza sforzo:
ecco che siamo
solo noi a sentire scricchiolare
l'universo.
25 gennaio 2022, ore 03:33
Per fratello ti tengo e compagno
Se di questo mestiere mi lagno
E mi piace la quieta soffitta
Che fa albergo alla carne sconfitta:
Ai riflessi dei vetri e d'ampolle
Consegnasti il tessuto tuo molle
E al posare in anonima fossa
Preferisti il candor delle ossa:
Delle tibie mi pari bandiera,
Cavaliere di multipla schiera,
Fai dei denti un disarmo sorriso,
Gentiluomo che disponi il viso
Ben piú onesto di tanti e parecchi
Che alla scuola diventano vecchi.
Piú glorioso mi par tuo servizio
D'ogni ora del mio vivo offizio.
Scambierei certo piú di un minuto
Col tuo santo dialogo muto
Col tuo ergerti su cianfrusaglie
Alle mille mie stanche battaglie.
Se ti dicono qui relegato
Quanto sciocco, quanto sbagliato
Un siffatto mondano giudizio
Che non vede piú oltre l'ospizio
Destinatoti in sorte, cui scorre
Il tuo fuori dal tempo alla torre!
Quanto sciolto, felice, lontano
D'ogni pena che ho a Mu*****ano.
Nella notte fai duplici spegli
Alla luna nel buio che vegli
E raccogli le celesti ruote
Nel tuo cranio dall'orbite vuote.
E pensandoti in ciò sbigottito
Mi consolo con te d'infinito.
Non c’è freddo, forse, nelle memorie nel quieto candore di una luce innocente e malata, anche, per troppo amore; dove uccelli grigi han casa sulle travi sbilenche, e attraverso gli occhi miti che i campanili hanno per finestre, contano uomini e pericoli e canne di fucile fra le canne.
O nei catini delle pievi questa stagione amara e dolce sopravvive ricoperta dell’oro dei mosaici dove i Santi hanno un volto sbigottito, quando ascoltano l’eco di un cane o di giochi di ragazzi fatta molle dall’umido dei prati dalle marcite nelle paludi antiche, mentre entra dai portali aperti, e come l’acqua trema, con l’arroganza e il rimprovero di chi sta quasi per piangere.
Nella mia casa ai piedi della consunta scala c'è un incrocio di conci: bianco rosso bianco, banco per banco. Una è la santa terra da cui per metà nasco e non so dirmi figlio né per lingua né uso: così poco l'ho vista la confinata plaga di argille e vigne, sotto il fiume ai piedi di Montona e sui colli attorno. Vicino a Orsera ho attinto il crepidoma però, per un ritorno vero. Dietro il portone il ferro e il rosso stanno ugualmente cari a guardia di un altro porporar crudo: il romano porfido nudo.
Quella lastra che ho posto chiara fra le chiare non la toccò il tuo piede che una volta - un ictus e non più - ti sottrasti per tua scelta al tempo e il tempo a te terminò. Oggi cucino il cibo sopra quella particola di roccia, ho un fuoco santo in casa che da questa comincia, prima che salga il fumo io la calpesto d'amore. Avrei voluto ancora vederti salire, nei tuoi ultimi anni sulla bianca soglia, consolarti una stanca parola fra le tante. Non così è stato. Io so che il rosso del porfido trattiene quello che un figlio tradisce e ingolfa nella gloriosa tinta dei Cesari ogni sua pessima ambizione. Ogni mia rabbia sgrana sul tinto del fegato petroso. E metà di quel sangue risaliva l'ombra dei miei stinchi, e sulla pietra più alto, a imbastire un arbusto ostinato, qualcosa di spuntato per disgarbo. Io sono ciò che sono e l'arenaria mi è testimone, accoglie, ventre impresso di madre, le mie pazze pietre. Le mie pietre savie.
Quella lastra che ho posto non la toccò il tuo piede che una volta.
Quella lastra che ho posto il piede tuo non la tocca più.
Non domandare, ti prego, perché ho il terrore e persino le ombre delle piante innocue sui davanzali mi fanno sobbalzare. Hanno pianto a lungo e si sono ritrovati da anni sulle piazze ben pasciuti, foderati di giornalisti e redattori, tutti precisi, quasi casual nel loro vestito, ma con quella oscura luce negli occhi di agenti vecchia Stasi. O Securitate, e perdona le amare risate – mi viene in mente or ora una “scrittora” celebratissima a un incontro di quelli seri (di quelli culturali e veri) che rammentava i brutti pomeriggi negli Ottanta, passati in un appartamento a Bucarest e con quanta umoristica pena rammentava ricordando i sotterfugi degli amici, come fosse un crimine presente, di cui occuparsi, ma al passato! -, Memorie colte e neanche di Adriano. Un crimine scampato. E nessuno in sala aveva il coraggio di notare neanche a bassa voce, piano, che a sedersi e udire poteva solo chi fosse “greenpassato”.
E ora ascolta, piangono. Da trent’anni piangono contro ogni tiranno. E piangere, ti svelerò, è il peggior reato. Ora so. Ora so. So. Hanno sempre strillato contro ogni oppressione e a parole hanno intonato un Te Deum di lagne da spaccare i muri. Sicuri, fin dentro le entragne che nessuno avrebbe osato dire che in fondo non si stava attualmente così male. Han fatto della vita un bigio funerale e adesso ancora piangono e gemono e mugolando si torcono, come erba spazzata da un vento baltico o dal peggior fortunale: son giunti a liberarci dal Male. E questo mi preoccupa. Ben più: mi fa tremare. Perché li vidi urlare e urlare urlare urlare urlare urlare: «Piango, piango piango!»
Tanto che mi avvicinai per toccare, Santommaso che sono, a me accidenti, mai conobbi un tal Golgota e stridor di denti, e ho visto.
E ora ho terrore, amico mio, terrore. Sui loro volti le lacrime, un rigo nero e putrido, abominevole tabe, come un bubbone infetto, dritto netto. Il ferale segno, bene ho visto dalla pupilla al centro da pupille vuote, come da vuote statue usciva. Non era lo sporco del viale su cui si dibattevano. Era fango. E veniva da dentro.